INARCH PIEMONTE.CONOSCERE PER DELIBERARE: DOMANDE AI CANDIDATI (Le risposte di Anna Rossomando, candidata PD nel collegio di Torino e Provincia)

“In vista delle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, IN/Arch Piemonte ha intenzione di porre ai candidati alcune domande sul futuro delle scelte legislative in tema di architettura e territorio” (INARCH PIEMONTE – ISTITUTO NAZIONALE DI ARCHITETTURA).

DOMANDA N. 1

L’attenzione sempre più acuta verso la sostenibilità, la fragilità dell’ecosistema, l’urgenza di orientare le strategie di sviluppo nazionale verso la tutela e la valorizzazione dei patrimoni culturali e paesaggistici che ne costituiscono una delle principali ricchezze, rendono ineludibile l’esigenza di una “legge sull’architettura” che ne sancisca il valore di bene comune, necessario alla crescita delle personalità individuali e collettive, di strumento di qualità territoriale e di coesione sociale, come sollecitazione ad esercitare la “cultura del progetto” per tornare a parlare di futuro.

Ritenete che una “legge sull’architettura” possa rivestire una reale utilità per il Paese, e vi proponete eventualmente per contribuire concretamente alla sua redazione e promulgazione?

ANNA ROSSOMANDO: Molte cose sono state fatte nel corso della legislatura ma molte ancora possono essere fatte nei confronti delle professioni e siamo dunque al momento in cui occorre mantenere una interlocuzione aperta, che deve diventare costante e continua con il mondo delle professioni.

Per lungo tempo si è guardato alle professioni con lo sguardo rivolto al passato e raffigurandosele nella loro fisionomia ottocentesca, liberale e in qualche modo privilegiata. Ma anche quando il legislatore ha inteso avvicinarvisi con un segno di modernità, spesso lo ha fatto in modo alquanto “brutale” ed a volte ideologico, leggendo la modernità con la chiave iperliberista che divide il mondo fra grandi imprese e consumatori, senza riconoscere i cittadini. Una visione che, oltre ad aver danneggiato in modo pesante l’economia – la più grave crisi da quasi un secolo a questa parte –, ha generato la regressione del mondo professionale nel sistema sociale, dall’appartenenza al ceto medio ad una sostanziale proletarizzazione. Certo a ciò ha anche contribuito un atteggiamento difensivo delle professioni stesse, spesso incapaci di individuare nuove prospettive di trasformazione da indicare in modo autorevole ed univoco alla politica.
Oggi tuttavia, durante questa legislatura, abbiamo avviato un modello di approccio che non guarda più alle professioni come ad un problema da risolvere, direi liquidare, ma come risorsa indispensabile per generare un nuovo modello di sviluppo incentrato sul sapere e sui valori che fanno leva sulla conoscenza. Nello specifico dei settori che fanno parte del sistema che interviene sul territorio, i temi del risanamento idrogeologico e antisismico del territorio, della riqualificazione urbana, e soprattutto della ricucitura delle periferie, hanno molto a che vedere con i saperi insiti nelle professioni e nelle capacità di intervenire in modo innovativo sull’esistente. Insieme a ciò, le politiche fiscali e legislative sulla semplificazione procedurale sono elementi connessi di grande valore che costituiscono, nella nostra visione, l’oggetto dell’impegno per proseguire il lavoro intrapreso, anche correggendo provvedimenti sbagliati del recente passato, quale il tema dell’equo compenso, per ridare dignità al lavoro intellettuale. In questo quadro di riferimento, per venire alla prima delle vostre specifiche domande, è evidente che una legge sull’architettura, da anni attesa dagli addetti ai lavori, non solo come riconoscimento dell’oggetto dell’interesse di una specifica categoria di professionisti ma come elemento di qualità delle nostre città e della vita dei cittadini che le abitano e nelle quali lavorano, studiano, trascorrono il loro tempo libero, è una necessità improrogabile e deve essere oggetto di attenzione sin dall’inizio della legislatura con il necessario coinvolgimento di tutti i soggetti coinvolti.

DOMANDA N. 2

Malgrado le prospettive di moderato ottimismo, la crisi di questi ultimi anni ha inciso e continuerà a incidere anche sulla soddisfazione di fabbisogni primari: l’emergenza abitativa è collegata al costo della casa, alla persistente urbanizzazione, all’insufficiente intervento pubblico, ma anche alla crescita degli sfratti e del numero di senza tetto (nei report degli analisti si affaccia ora il settore dei “poor home owners”, prossime vittime della crisi). L’emergenza abitativa è aggravata dalle calamità naturali e dai flussi migratori, costituisce una realtà diffusa soprattutto nelle grandi aree metropolitane, pregiudica la dignità delle persone e l’esercizio dei diritti individuali, peggiora i fenomeni di diseguaglianza, di marginalizzazione e minaccia la coesione sociale. Paradossalmente, cresce il fenomeno dell’invenduto nel mercato immobiliare, continua lo svuotamento dei centri minori e la desertificazione dei territori montani, mentre il patrimonio pubblico inutilizzato fatica ad assumere un ruolo coerente nelle strategie di governo.

Qual è la vostra opinione in merito alla utilità di un programma nazionale per l’edilizia sociale, da avviare partendo dal recupero del patrimonio esistente (caserme, edifici industriali da riconvertire, ecc.), dalla diffusione di forme di affitto calmierato e, più in generale, dallo studio di nuovi modelli abitativi che possano contribuire alla integrazione sociale e alla qualità dei territori urbanizzati?

 

ANNA ROSSOMANDO: Anche il tema dell’edilizia sociale ha molti punti di connessione con quanto espresso per la legge sull’architettura. Si richiedono, in particolare, un piano di finanziamento adeguato ed una progettazione che tenga conto dei nuovi modelli abitativi e della eterogeneità dei modelli di convivenza familiare che crescono in questi anni e che non sono solo frutto di necessità dettate dalla crisi economica. Rilancio, dunque, dell’edilizia sociale; ma anche il coinvolgimento del patrimonio pubblico non più utilizzato per i fini originari – per esempio le citate caserme – può efficacemente essere strumento di attuazione di politiche dell’abitare sociale.

DOMANDA N. 3

Il corpus normativo, gli strumenti e le pratiche che caratterizzano il repertorio materiale delle azioni di governo del territorio alle diverse scale, con la sua arretratezza e le sue farraginosità, con la proliferazione e sovrapposizione di soggetti, competenze, procedure, con la affermazione di categorie inadeguate alla contemporaneità, costituisce per gli operatori, per gli enti e per le istituzioni locali un campo d’azione incerto e tortuoso.
Non sono mancate iniziative che, sovrapponendosi a questo quadro, hanno costituito concrete opportunità per aggiornare l’ordinamento di settore e introdurre innovazione nelle forme di intervento e nei processi partecipativi (dai diversi settori della sicurezza e della tutela del patrimonio culturale e ambientale, al risparmio energetico, al codice degli appalti, fino alla introduzione del dibattito pubblico per le grandi opere), pare tuttavia mancare uno sguardo di insieme, che affronti in modo integrato i diversi temi che convergono sul settore delle costruzioni e del governo del territorio.

Quale effettiva efficacia attribuite a questi recenti provvedimenti? Ritenete che un nuovo quadro legislativo semplificato e integrato (che non deve significare omologato e standardizzato) in materia urbanistica possa costituire una priorità per il nostro Paese, in grado di sostenere lo sviluppo e insieme restituire alle rappresentanze politiche elette democraticamente il ruolo di principali protagonisti delle scelte di indirizzo e controllo dei processi territoriali?

ANNA ROSSOMANDO: Come già affermato, non c’è dubbio che si debba procedere ad una sistematica revisione del corpus legislativo di settore, soprattutto sui temi di carattere territoriale, affinché si generi un quadro certo dei diritti in un sistema concreto di tutela del patrimonio territoriale. L’intervento teso a razionalizzare il sovrapporsi a volte contraddittorio di provvedimenti, così come voi richiamate, è certamente una priorità che ritengo vada anche nella direzione dell’interesse pubblico e collettivo.
In questo come in altri settori occorre che la normativa sia reperibile in un unico corpo e armonizzata nel suo complesso. Occorre però anche creare occasioni di confronto ai vari livelli dell’amministrazione locale, affinché le innovazioni normative siano poi effettivamente operative sui territori; penso ad esempio alla norma del 2016 (nella legge di bilancio 2016) che ha esteso a tutti i professionisti il diritto all’accesso ai bandi europei, equiparandoli alle imprese, indipendentemente dalla forma giuridica. Ciò consente di riconoscere i professionisti come beneficiari dei fondi strutturali europei stanziati, gestiti da Commissione Europea, Stato e Regioni.
Quanto agli strumenti di partecipazione dei cittadini credo che sia una necessità ineludibile ampliarli ed usare di più quelli esistenti dando alle competenze delle professioni un nuovo protagonismo se si vuole guardare al futuro, affrontando responsabilmente il tema delle grandi opere così come quello della salvaguardia del territorio. Lo strumento del “dibattito pubblico” può essere un modo di restituire vitalità ed efficacia al rapporto tra cittadini ed eletti.

 

DOMANDA N. 4

La “diminuzione del consumo di suolo”, al di là dello slogan, troppo spesso limitato ad enunciati puramente quantitativi, potrà sicuramente costituire uno strumento efficace per contrastare un processo impressionante nei suoi valori aggregati (secondo il rapporto ISPRA 2017 in Italia si consumano 30 ettari di suolo al giorno), oggi apparentemente inarrestabile e di impatto devastante sulla qualità del territorio.

In quale modo ritenete si possa concretamente contribuire a tradurre questo slogan in strumento articolato, flessibile ed efficace per migliorare la qualità del nostro ambiente?

ANNA ROSSOMANDO: Sinceramente la mancata approvazione della legge sul consumo del suolo ferma al Senato, che ho sostenuto, è ragione di rammarico; per questo sarà tra le mie priorità ripresentarla con i colleghi che hanno condiviso il percorso.
Da questo punto di vista l’obiettivo della diminuzione del consumo di suolo può diventare realmente raggiungibile in modo condiviso anziché, come spesso vediamo accadere, generare conflitti tra “il fare ed il non fare”. Occorrono dunque politiche che, con visione territoriale vasta, possano equilibrare ed incentivare tutele del nostro territorio e dell’architettura e opportunità di investimento e sviluppo.

 

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